Elemento di garanzia retributiva per i dipendenti dell’industria della ceramica

Spetta, nella busta paga di giugno agli addetti all’industria delle ceramica e dei materiali refrattari, l’elemento di garanzia retributiva

Ai lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio di ogni anno nelle aziende che non abbiano mai fatto contrattazione aziendale o alternativamente territoriale e che nei precedenti quattro anni non abbiamo ricevuto nessun altro trattamento economico individuale o collettivo in aggiunta a quanto spettante a norma di CCNL, è riconosciuta con le competenze del mese di giugno un importo di € 100,00 lordi ovvero una cifra inferiore fino a concorrenza In caso di presenza di un trattamento aggiuntivo a quello fissato dal CCNL.

Indebito oggettivo e decorrenza degli interessi: rileva la buona fede

In tema di indebito oggettivo, la buona fede dell’accipiens al momento del pagamento è presunta per principio, sicché grava sul solvens che faccia richiesta di ripetizione, al fine del riconoscimento degli interessi con decorrenza dal giorno del pagamento stesso e non dalla data della domanda, l’onere di dimostrare la malafede dell’accipiens.

Si controverte il diritto di un datore di lavoro a vedersi conteggiati e corrisposti dall’lnps gli interessi legali sugli importi contributivi indebitamente versati allo stesso Istituto. L’indebito versamento di cui trattasi era scaturito dalla corresponsione di contributi calcolati in base all’inquadramento delle imprese commerciali, in misura maggiore di quella realmente dovuta per effetto dell’accertata sussistenza del diritto della impresa a beneficiare della fiscalizzazione per le grandi aziende industriali del settore manifatturiero. La Corte d’appello territoriale aveva respinto l’impugnazione della società dopo aver rilevato che era corretta la decorrenza degli interessi legali individuata dal primo giudice, in quanto era stato attribuito rilievo alla buona fede dell’Istituto debitore. La società ricorre così in Cassazione, lamentando, in particolare, la sussistenza nell’incarto processuale di atti da cui si rilevava esistenza di un altro giudizio avente ad oggetto proprio la determinazione dell’esatta misura degli interessi, idonei a porre l’Inps in una situazione di malafede.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. In effetti, il richiamo operato dalla ricorrente all’esistenza del giudicato esterno, all’epoca non ancora definito, non è rilevante, per cui la piena contezza, da parte dell’Inps, della giusta misura degli interessi veniva a realizzarsi solo con la pronuncia successiva della sentenza. Ad essa faceva seguito la diffida che consentiva l’individuazione in maniera incontrovertibile del termine di decorrenza dell’obbligazione relativa al pagamento degli accessori di legge, persistendo fino a quel momento, in mancanza di prova contraria, la presunzione di buona fede della parte tenuta alla restituzione dell’indebito percepito. Tale argomentazione è coerente coi principio già affermato in materia, per cui in tema di indebito oggettivo, la buona fede dell’accipiens al momento del pagamento è presunta per principio generale, sicché grava sul solvens che faccia richiesta di ripetizione dell’indebito, al fine del riconoscimento degli interessi con decorrenza dal giorno del pagamento stesso e non dalla data della domanda, l’onere di dimostrare la malafede dell’accipiens all’atto della ricezione della somma non dovuta.

Ingresso e soggiorno stranieri per motivi di ricerca, studio e tirocinio: il decreto in Gazzetta

Pubblicato il D.Lgs. n. 71/2018 con cui il nostro ordinamento recepisce la direttiva europea relativa alle condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di Paesi terzi per motivi di ricerca, studio, tirocinio, volontariato, programmi di scambio e collocamento alla pari.

Il D.Lgs. n. 71/2018 recepisce la direttiva e ha tra i principali obiettivi:
– stabilire le condizioni di ingresso e di soggiorno, per un periodo superiore ai 90 giorni, dei cittadini di Paesi terzi, e dei loro familiari, che si recano nell’Ue per i motivi previsti nel titolo della direttiva.
Lo straniero titolare di un permesso di soggiorno per ricerca in corso di validità rilasciato da un altro Stato membro dell’Unione europea è autorizzato a soggiornare nel territorio nazionale al fine di proseguire la ricerca già iniziata nell’altro Stato, per un periodo massimo di 180 giorni in un arco temporale di 370 giorni. A tal fine non è rilasciato al ricercatore un permesso di soggiorno e il nulla-osta è sostituito da una comunicazione dell’istituto di ricerca allo sportello unico della prefettura-ufficio territoriale del Governo della provincia in cui si svolge l’attività di ricerca. La comunicazione indica gli estremi del passaporto in corso di validità o documento equipollente del ricercatore e dei familiari, ed è corredata dell’attestato di iscrizione all’elenco tenuto dal Ministero dell’università e della ricerca, di copia dell’autorizzazione al soggiorno nel primo Stato membro del ricercatore e dei familiari e della convenzione di accoglienza con l’istituto di ricerca del primo Stato membro nonché della documentazione relativa alla disponibilità di risorse sufficienti per non gravare sul sistema di assistenza sociale e di una assicurazione sanitaria per il ricercatore e per i suoi familiari, ove tali elementi non risultino dalla convenzione di accoglienza.
Il ricercatore è autorizzato a fare ingresso in Italia immediatamente dopo la suddetta comunicazione. I suoi familiari hanno il diritto di entrare e soggiornare nel territorio nazionale, al fine di accompagnarlo o raggiungerlo, purché in possesso di un passaporto valido o documento equipollente e di un’autorizzazione in corso di validità, rilasciata dal primo Stato membro, previa dimostrazione di aver risieduto in qualità di familiari nel primo Stato membro;
– equiparare i dottorandi ai ricercatori. In presenza dei requisiti reddituali di cui all’articolo 29, comma 3, lettera b), D. Lgs. n. 286/98 e fermo restando il rispetto dell’obbligo di cui all’articolo 34, comma 3, lo straniero munito di passaporto valido o altro documento equipollente, che ha conseguito in Italia il dottorato o il master universitario ovvero la laurea triennale o la laurea specialistica, o il diploma accademico di primo livello o di secondo livello o il diploma di tecnico superiore, alla scadenza del permesso di soggiorno, può dichiarare la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro presso i servizi per l’impiego e richiedere un permesso di soggiorno di durata non inferiore a 9 e non superiore a 12 mesi al fine di cercare un’occupazione o avviare un’impresa coerente con il percorso formativo completato. In presenza dei requisiti previsti dal testo unico, può essere richiesta la conversione in permesso di soggiorno per lavoro.
Il permesso di soggiorno in questione non è rilasciato, o se già rilasciato, è revocato se la documentazione è stata ottenuta in maniera fraudolenta, falsificata o contraffatta o se risulta che lo straniero non soddisfaceva o non soddisfa più le condizioni previste nonché le altre condizioni di ingresso e di soggiorno previste dal testo unico;
– estendere le disposizioni della direttiva anche agli alunni, ai volontari al di fuori del servizio volontario europeo e alle persone collocate alla pari, al fine di agevolarne l’ingresso e il soggiorno e di garantirne i diritti;
– prevedere una procedura di approvazione per gli istituti di ricerca pubblici o privati, per gli istituti di istruzione superiore e per tutte le altre categorie di enti ospitanti che vogliano accogliere ricercatori, studenti, alunni, tirocinanti o volontari di Paesi terzi;
– ridurre gli oneri amministrativi connessi alla mobilità dei ricercatori e degli studenti in vari Stati membri prevedendo, a tal fine, un programma specifico di mobilità con norme autonome relative all’ingresso e al soggiorno per motivi di ricerca o studio in Stati membri diversi da quello che ha rilasciato l’autorizzazione iniziale;
– facilitare l’accesso al mercato del lavoro dello Stato membro in cui lo studente svolge gli studi al fine di coprire in parte il costo degli studi;
– mettere a disposizioni del pubblico informazioni adeguate sugli enti ospitanti approvati e sulle condizioni e procedure di ammissione di cittadini di Paesi terzi nel territorio degli Stati membri ai fini della direttiva.

I permessi per motivi familiari nel CCNL Funzioni Centrali

L’Agenzia delle Entrate ha fornito alcune indicazioni sull’applicazione dell’art. 32 del CCNL Funzioni centrali, che disciplina i permessi per particolari motivi personali o familiari

Con la nota n. 121641 del 19/6/2018, Ll’Agenza delle Entrate fornisce alcune indicazioni sull’applicazione dell’articolo 32 del CCNL Funzioni centrali, che disciplina i permessi per particolari motivi personali o familiari, introducendo alcune novità rispetto all’analogo istituto previsto all’articolo 46, comma 2, del previgente CCNL Agenzie fiscali.

Documentazione giustificativa e descrizione dei motivi per cui viene richiesto il permesso
A differenza di quanto precedentemente previsto dal richiamato articolo 46, comma 2, del CCNL Agenzie fiscali, non è più necessario corredare la domanda di permesso con documentazione giustificativa, il che non esclude tuttavia che il dipendente indichi, all’atto della domanda di concessione del permesso, l’ambito del motivo.
Si precisa che non è mutata la finalità propria dei permessi in esame, previsti per far fronte a situazioni particolari e ciò esclude che possano essere trattati come una sorta di ferie aggiuntive a quelle ordinarie, e che quindi possano essere richiesti per motivi futili ed insignificanti chen svuotino di contenuto il rapporto che c’è tra il dipendente e la pubblica amministrazione.

Modalità di fruizione
E’ stabilito che i permessi possono essere fruiti anche a copertura dell’intera giornata lavorativa e, in tale ipotesi, l’incidenza dell’assenza sul monte ore a disposizione del dipendente è convenzionalmente pari a sei ore

Utilizzo frazionato
Il nuovo CCNL all’art. 32, comma 2 lett. b), stabilisce che i permessi non sono fruibili per frazione di ora. Tale limite è circoscritto alla prima ora e, conseguentemente, ogni richiesta dovrà essere almeno di un’ora (ad esempio, non sarà possibile fruire di quarantacinque minuti di permesso, ma sarà possibile utilizzare un’ora e quarantacinque minuti). Resta inteso che nel caso in cui il dipendente si assenti per un arco temporale inferiore all’ora, l’incidenza sul monte ore annuo sarà sempre di un’ora. Orientamento, questo condiviso anche all’Aran.

Cumulo con altre tipologie di permessi
Il comma 2, lett. d) ha previsto espressamente che i permessi per particolari motivi non possono essere utilizzati, nella stessa giornata, congiuntamente ad altre tipologie di permessi fruibili ad ore, disciplinati dalla legge e dalla contrattazione collettiva, nonché con i riposi compensativi di maggiori prestazioni lavorative fruiti ad ore.
Il suddetto divieto di cumulo opera certamente in caso di giustificazione dell’assenza di una intera giornata lavorativa ma non anche nell’ipotesi in cui nell’arco della giornata vi sia prestazione lavorativa (è infatti possibile che si verifichi durante la prestazione lavorativa un fatto imprevedibile che comporti per il dipendente la necessità di assentarsi utilizzando un’altra tipologia di permesso orario, pur avendo già fruito del permesso ex art. 32).

Ispettorato: sanzioni per le imprese che non applicano i CCNL

Come reso noto dall’Ispettorato nazionale del lavoro, è in corso su tutto il territorio nazionale l’azione di contrasto al fenomeno del dumping contrattuale iniziata a gennaio 2018, soprattutto nel settore del terziario.

Ogniqualvolta si rimette alla contrattazione collettiva il compito di integrare la disciplina delle tipologie contrattuali, gli interventi di contratti privi del requisito della maggiore rappresentatività in termini comparativi non hanno alcuna efficacia. Ciò può avvenire, ad esempio, in relazione al contratto di lavoro intermittente, al contratto a tempo determinato o a quello di apprendistato. Laddove il datore abbia applicato una disciplina dettata da un contratto collettivo che non è quello stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, gli effetti derogatori o di integrazione della disciplina normativa non possono trovare applicazione.
L’attività ispettiva si concentra, dunque, nei confronti delle imprese che non applicano i contratti “leader” sottoscritti da CGIL, CISL e UIL ma i contratti stipulati da OO.SS. che, nel settore, risultano comparativamente meno rappresentative (CISAL, CONFSAL e altre sigle minoritarie).
Fermo restando il principio di libertà sindacale, la fruizione di benefici, così come il ricorso a forme contrattuali flessibili, è ammesso a condizione che si applichino i contratti “leader” del settore, contratti che vanno comunque sempre utilizzati per l’individuazione degli imponibili contributivi. Le imprese che non applicano tali CCNL potranno pertanto rispondere di sanzioni amministrative, omissioni contributive e trasformazione a tempo indeterminato dei rapporti di lavoro flessibili. Anche gli eventuali soggetti committenti risponderanno in solido con le imprese ispezionate degli effetti delle violazioni accertate.