Rinviata al 31 ottobre la pubblicazione delle società “split payment”

Slitta al prossimo 31 ottobre 2017 la pubblicazione degli elenchi che individuano le società controllate da pubbliche amministrazioni centrali e locali, nonché le società quotate incluse nell’indice FTSE MIB, a cui si applica la scissione dei pagamenti (cd. “split payment”) in relazione ad operazioni per le quali è emessa fattura nell’anno 2018 (Ministero dell’Economia e delle Finanze – Comunicato 23 ottobre 2017).

LO SPLIT PAYMENT

Per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti delle pubbliche amministrazioni l’imposta sul valore aggiunto è versata dalle medesime pubbliche amministrazioni, con effetto dalla data in cui l’imposta diviene esigibile.
In altri termini, l’IVA viene calcolata e addebitata regolarmente sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti delle pubbliche amministrazioni, ma l’onere di provvedere al versamento della stessa si trasferisce automaticamente a queste ultime.
Questo meccanismo prende il nome di “scissione dei pagamenti IVA” o anche “split payment”.
Dal 1° Luglio 2017 l’ambito di applicazione dello “split payment” è stato esteso alle operazioni (cessioni di beni e prestazioni di servizi) effettuate nei confronti:
– di tutte le pubbliche amministrazioni centrali e locali inserite nel conto economico consolidato;
– delle società controllate da pubbliche amministrazioni centrali e locali;
– delle società quotate incluse nell’indice FTSE MIB.
Lo split payment non si applica agli enti pubblici gestori di demanio collettivo, limitatamente alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi afferenti alla gestione dei diritti collettivi di uso civico.

MODALITÀ DI APPLICAZIONE

In relazione agli acquisti di beni e di prestazioni di servizi, le pubbliche amministrazioni, le società controllate e le società quotate incluse nell’indice FTSE MIB soggette allo split payment, devono rilasciare, a richiesta dei cedenti o prestatori, un documento che ne attesti l’assoggettamento. Ottenuta tale attestazione, i cedenti o prestatori sono tenuti ad applicare alle operazioni effettuate il regime dello split payment.
Ciò significa che la fattura è emessa secondo le regole ordinarie, avendo cura però di aggiungere l’annotazione “scissione dei pagamenti IVA”.
L’IVA, quindi, deve essere calcolata e indicata nella fattura, ma in relazione a tali operazioni il cedente o prestatore non tenuto al pagamento dell’imposta, che diventa onere della pubblica amministrazione, società controllata o società quotata acquirente.
In sede di registrazione della fattura emessa, il cedente o prestatore, non deve computare l’imposta nella liquidazione periodica.

INDIVIDUAZIONE DEI SOGGETTI SPLIT PAYMENT

Ai fini dell’individuazione dei soggetti nei confronti dei quali trova applicazione il regime “split payment”, occorre distinguere le pubbliche amministrazioni, dalle società controllate o quotate in borsa incluse nell’indice FTSE MIB.
Per quanto concerne le pubbliche amministrazione, lo “split payment” deve essere applicato ogniqualvolta ricorre l’obbligo di fatturazione elettronica.
Le società controllate o quotate a cui si applica il regime “split payment”, invece, sono desunte da apposito elenco pubblicato sul sito istituzionale del Dipartimento delle finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Detto elenco è pubblicato in forma provvisoria entro il 20 ottobre di ciascun anno, ed individua le società controllate e quotate a cui si applica lo split payment l’anno successivo.
Il carattere provvisorio dell’elenco ha lo scopo di consentire alle società interessate di verificare le informazioni pubblicate e richiedere le necessarie correzioni per la realizzazione dell’elenco definitivo, che viene pubblicato sul medesimo sito web entro il 15 novembre.
Con riferimento alle operazioni per le quali è emessa fattura nell’anno 2018, quindi, la pubblicazione degli elenchi provvisori delle società controllate e quotate era prevista entro il 20 ottobre 2017, ma è stata rinviata al 31 ottobre 2017 per consentire l’attivazione sul sito web del Dipartimento delle Finanze di una specifica applicazione informatica, che consentirà alle società interessate di segnalare direttamente eventuali incongruenze o errori, oltre che facilitare la consultazione degli elenchi stessi.

ICI e piano regolatore generale

In tema di ICI, l’edificabilità di un’area, ai fini dell’applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, deve essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi (Corte di Cassazione – Sentenza 20 ottobre 2017, n. 24867).

La Suprema Corte rigetta il ricorso proposto dalla contribuente, comproprietaria di un terreno, avverso la sentenza della CTR che, in linea con la decisione della CTP, ai fini ICI, aveva derivato l’edificabilità del terreno dalla sua inclusione in un comparto a destinazione residenziale secondo il piano regolatore generale (PRG) adottato ma non approvato in via definitiva e riteneva che il valore attribuito al terreno negli avvisi di accertamento, anche sulla base di una perizia commissionata dalla stessa contribuente in epoca antecedente, costituisse “un riferimento perfettamente coerente con la normativa ICI che si richiama espressamente al valore venale in comune commercio del bene”.
Per la contribuente, invece:
– presupposto per l’applicazione dell’imposta è il possesso di fabbricati, di aree edificabili e di terreni agricoli; deve, quindi, essere riconosciuta l’esenzione per i terreni ricadenti in aree montane, ove non siano edificabili. Nella specie, desumeva l’inattuale edificabilità del terreno dal fatto che lo stesso fosse ricompreso in un comparto edilizio con destinazione in parte residenziale di espansione, in parte per attrezzature di interesse comune, in parte residua per spazi pubblici attrezzati;
– le somme riprese a tassazione a fini ICI con gli avvisi di accertamento impugnati non corrispondono all’effettivo valore di mercato del terreno di cui è comproprietaria.
La Corte sottolinea che nel caso in esame non è in discussione il dato della destinazione edificatoria del terreno, ma la sua attualità per gli anni di imposta di interesse, attesa la non definitiva approvazione del PRG adottato.
Ai fini dell’applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, l’edificabilità di un’area deve essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi. Difatti l’inizio del procedimento di trasformazione urbanistica è da ritenersi sufficiente a far lievitare il valore venale dell’immobile, le cui eventuali oscillazioni, in dipendenza dell’andamento del mercato, dello stato di attuazione delle procedure incidenti sullo ius aedificandi o di modifiche del piano regolatore che si traducano in una diversa classificazione del suolo, possono giustificare soltanto una variazione del prelievo nel periodo d’imposta, conformemente alla natura periodica del tributo in questione.
L’inapplicabilità del criterio fondato sul valore catastale dell’immobile impone peraltro di tener conto, nella determinazione della base imponibile, della maggiore o minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, nonché della possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione sul valore dello stesso in comune commercio.
Un terreno si considera edificatorio sia quando la edificabilità risulti dagli strumenti urbanistici generali o attuativi, sia quando, per lo stesso terreno, esistano possibilità effettive di costruzione; si delinea, cosi, una nozione di area edificabile ampia ed ispirata alla mera potenzialità edificatoria. Essa, pertanto, non può essere esclusa dalla ricorrenza di vincoli o destinazioni urbanistiche che condizionino, in concreto, l’edificabilità del suolo, giacché tali limiti, incidendo sulle facoltà dominicali connesse alla possibilità di trasformazione urbanistico edilizia del suolo medesimo, ne presuppongono la vocazione edificatoria. Ne discende che la presenza dei suddetti vincoli non sottrae le aree su cui insistono al regime fiscale proprio dei suoli edificagli, ma incide soltanto sulla concreta valutazione del relativo valore venale e, conseguentemente, sulla base imponibile.
Inoltre, nel valore dell’area fabbricabile, costituito da quello venale in comune commercio, si considera unitariamente l’intera area nel suo complesso. Occorre, dunque, prescindere dalla destinazione che ciascuna porzione di essa potrà avere in esito alla realizzazione del processo edificatorio.
Tuttavia, ai fini della determinazione del valore dell’area nel suo complesso, deve tenersi in debito conto il differente livello di edificabilità delle parti che compongono un’area sul complessivo valore commerciale dell’area.
Nel caso in esame, come rilevato nella sentenza impugnata, la determinazione del valore del terreno è fondata su una perizia elaborata per conto della medesima ricorrente in epoca antecedente all’emissione degli avvisi accertamento, che la CTR ha valutato, per “le particolari argomentazioni tecniche”, coerente con la normativa ICI e dotata di “valenza di maggior portata, proprio perché redatta in tempi non sospetti”.

Panifici Fiesa/Federpanificatori: una Tantum ad ottobre

Erogata, nel mese di ottobre, la seconda tranche di una tantum, per i dipendenti da aziende di panificazione anche per attività collaterali e complementari, nonché da negozi di vendita al minuto di pane, generi alimentari e vari

Il Verbale di accordo 17/5/2017 ha previsto che, ad integrale copertura del periodo di carenza contrattuale ai soli lavoratori in forza alla data della sottoscrizione del citato Accordo, verrà corrisposta:

– Panifici industriali:
un’indennità di euro 400,00 lorde suddivisibile in quote mensili o frazioni in relazione alla durata del rapporto nel periodo interessato, da corrispondersi nella misura di euro 200,00 unitamente alla retribuzione del mese di maggio 2017, di euro 100,00 unitamente alla retribuzione del mese di ottobre 2017 e di euro 100,00 unitamente alla retribuzione del mese di settembre 2018.

– Panifici artigianali:
un’indennità di euro 260,00 lorde suddivisibile in quote mensili o frazioni in relazione alla durata del rapporto nel periodo interessato, da corrispondersi nella misura di euro 130,00 unitamente alla retribuzione del mese li maggio 2017, di euro 65,00 unitamente alla retribuzione del mese di ottobre 2017 e di euro 65,00 unitamente alla retribuzione del mese di settembre 2018.

Al personale in servizio con rapporto a tempo parziale l’erogazione avverrà con criteri di proporzionalità. L’indennità di cui sopra non è utile agli effetti del computo di alcun istituto contrattuale, né del trattamento di fine rapporto. Agli apprendisti in forza alla data di sottoscrizione del presente accordo sarà erogato a titolo di Una tantum l’importo di cui sopra nella misura del 70% con le medesime decorrenze sopra stabilite.
Gli importi eventualmente già corrisposti a titolo di futuri miglioramenti contrattuali vanno considerati a tutti gli effetti anticipazioni degli importi di Una tantum indicati nel presente accordo. Pertanto, tali importi dovranno essere detratti dalla stessa Una tantum fino a concorrenza.
 In considerazione di quanto sopra tali importi cessano di essere corrisposti con la retribuzione relativa al mese di maggio 2017.

Licenziamento per GMO e verifica delle posizioni lavorative

Nel caso di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, a fronte dell’accertata situazione di crisi economica dell’azienda, la scelta aziendale di privarsi di una data professionalità non solo deve risultare del tutto coerente e ragionevole, per cui la soppressione del posto di lavoro deve essere necessariamente inserita in un contesto di riorganizzazione aziendale complessivo e finalizzato ad arginare le perdite e ridurre i costi, ma richiede pur sempre la verifica della diversa collocazione del lavoratore all’interno dell’impresa ristrutturata

Nella vicenda giudiziaria in argomento, la Corte di appello territoriale aveva rigettato il gravame proposto dal lavoratore nei confronti della sentenza del Giudice di prime cure, che già ne aveva respinto il ricorso per l’impugnazione del licenziamento intimatogli in relazione allo stato di crisi aziendale del proprio datore di lavoro. La Corte aveva ricondotto il recesso datoriale alla fattispecie legale di licenziamento derivante da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, anziché ad un’ipotesi di licenziamento collettivo.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, per avere la Corte di merito considerato sufficiente, ai fini della giustificazione del recesso, la verifica della situazione di crisi aziendale e la necessità di un contenimento dei costi attraverso la contrazione del numero dei lavoratori occupati, senza accertare se il posto occupato dal ricorrente fosse stato realmente soppresso e se non sussistesse la possibilità di impiegare altrove il lavoratore licenziato.
Per la Cassazione, il motivo di ricorso deve essere accolto; la fattispecie normativa astratta del licenziamento per GMO richiede che:
– la posizione di lavoro del destinatario del provvedimento datoriale risulti venuta meno, per effetto della soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui il dipendente era stato addetto, non essendo necessario che vengano soppresse anche tutte le mansioni in precedenza attribuite al lavoratore licenziato;
– la soppressione del posto di lavoro sia riferibile, sul piano causale, a progetti o scelte datoriali non sindacabili in sede giudiziale quanto ai profili di congruità e opportunità, purché connotati da effettività e assenza di simulazione, diretti a incidere su struttura e organizzazione dell’impresa, ovvero sui processi produttivi, senza che il datore debba necessariamente provare anche un andamento economico negativo dell’azienda;
– non sia possibile una diversa collocazione del lavoratore all’interno dell’impresa ristrutturata o rimodulata nei suoi aspetti tecnico-organizzativi, essendo il relativo onere probatorio a carico del datore di lavoro.

Una Tantum ad ottobre per i panifici Fiesa/Federpanificatori

Con la busta paga del mese di ottobre spetta la seconda tranche di una tantum, per i dipendenti da aziende di panificazione anche per attività collaterali e complementari, nonché da negozi di vendita al minuto di pane, generi alimentari e vari

Ad integrale copertura del periodo di carenza contrattuale ai soli lavoratori in forza all’ 17/5/2017, verrà corrisposta con la retribuzione del mese di ottobre 2017:

– Panifici industriali:
La seconda tranche di euro 100,00.

– Panifici artigianali:
La seconda tranche di euro di euro 65,00

Al personale in servizio con rapporto a tempo parziale l’erogazione avverrà con criteri di proporzionalità. L’indennità di cui sopra non è utile agli effetti del computo di alcun istituto contrattuale, né del trattamento di fine rapporto. Agli apprendisti in forza alla data di sottoscrizione del presente accordo sarà erogato a titolo di Una tantum l’importo di cui sopra nella misura del 70% con le medesime decorrenze sopra stabilite.
Gli importi eventualmente già corrisposti a titolo di futuri miglioramenti contrattuali vanno considerati a tutti gli effetti anticipazioni degli importi di Una tantum indicati nel presente accordo. Pertanto, tali importi dovranno essere detratti dalla stessa Una tantum fino a concorrenza.
 In considerazione di quanto sopra tali importi cessano di essere corrisposti con la retribuzione relativa al mese di maggio 2017.